Siamo più super workers che smart workers e che ci piaccia o no, i nostri “be human” e “la persona al centro” stanno scomparendo.

 

Marzo 2020, la chiamata al cambiamento. Nel giro di una settimana abbiamo ridisegnato il nostro modo di lavorare per far fronte immediatamente a quelle che erano e sono le necessità di ogni azienda e lo abbiamo fatto iniziando a lavorare in smart working parlando in italiano, sperimentando il concetto di lavoro agile o per lo meno ne eravamo fermamente convinti.

Ora che sono passati nove mesi e avendo ben esaminato lo scenario attuale mi chiedo: siamo sicuri che questo modo di lavorare sia riconducibile ad una maniera smart, agile? Ragionandoci su mi è tornato in mente uno dei webinar ELIS degli Smart Working Café “Lo Smart working e l’emergenza COVID spiegati ai nostri figli in cui gli speaker ospiti erano Pino Mercuri (HR Director di Agos) e Silvia Zanella (Head of Employee Experience, Employer Branding & HR Communication di EY).

Per descrivere la situazione attuale in maniera concreta faccio proprio riferimento a questo webinar, in particolare ai concetti di reazione, adattamento e risposta, introdotti da Mercuri come gli elementi necessari per affrontare in maniera attiva e consapevole la situazione. È vero, in un primo momento siamo stati più o meno bravi a reagire e adattarci. Ora però prima di rispondere è arrivato il momento di fermarci, “di stare”, per usare un’espressione di mindfulness. Tutti lavoriamo in smart working, ma situazione che stiamo vivendo è ben lontana dalle politiche smart di cui tanto parliamo e che all’inizio ci eravamo prefissati ed ecco che da smart working insane working il passo è davvero breve. L’umanità e “la persona al centro” stanno pian piano diventando slogan dietro cui celare la propria corporate identity arrivando perfino a  schedulare “riunioni human” per saperle differenziare da quelle lavorative e chiederci finalmente un come stai, poter parlare di noi e non di obiettivi di business già ampiamente discussi nei tantissimi momenti su Teams. E allora ecco che mi torna in mente l’espressione usata da Silvia Zanella in quel webinar: siamo più super workers che smart workers.

In merito a questi ultimi concetti espressi, dopo una telefonata insieme a Carmen CiproProduct Owner Squad e- commerce e prodotti di TIM e membro della Community degli Human Digital Master di ELIS, abbiamo deciso di condividere le riflessioni della nostra telefonata lavorativa e di non lasciarle a nostro uso esclusivo. Ecco quindi, che prende forma un’intervista.

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Ciao Carmen, grazie per la tua disponibilità e per aver accettato l’intervista! Ti presenti con un tweet?

“Napoletana positiva e piena di energia, human di natura e digital di mestiere 😊

  1. A proposito di human: come stai? Come è cambiata la tua giornata lavorativa? Qual è stato il più grande apprendimento che hai sperimentato? Quali sono le regole che ti sei data?

Sto organicamente (o fisicamente) bene che in questo momento non è poco ma mi sento come se stessi vivendo in un mondo parallelo, che non è il mio mondo, in attesa che qualcosa cambi con la paura che non tornerà mai più come prima

Ho naturalmente costruito la mia vita sulle relazioni, per indole, grazie ad un’empatia innata e alla forza che trovo, certa di poter risolvere qualsiasi cosa grazie alla “Rete”. Sono una persona molto “fisica”, di contatto che da un giorno ad un altro ha dovuto imparare, come tanti, un nuovo modo di gestire il lavoro, di collaborare con il team e interagire con i colleghi.

É stato tutto molto difficile. Prima della pandemia la mia giornata era ben organizzata: avevo lo spazio giusto per essere Mamma, dedicarmi al lavoro, per essere Moglie, Amica… Di punto in bianco poi tutto si è sovrapposto, confuso: dall’ordine al disordine, al caos, al rumore…

Ore interminabili di call senza tregua, senza una pausa, spesso e volentieri necessaria per riprendere un po’ di energia e poter spostare l’attenzione fuori da quelle che sono le variabili del lavoro.

Neanche il tempo di un debrief o di una preparazione tra una riunione e un‘altra, il tutto unito ai bisogni primari dei miei figli che si accavallavano tra le varie video call incessanti

L’ora di pausa pranzo che è sempre stata di ricarica, relazione, condivisione, adesso sembra essere diventata una corsa per il ritorno in postazione, perché nell’arco di un’ora prepari il pranzo, mangi e sparecchi la tavola.

Però il ritorno a scuola dei bambini mi ha da un lato permesso di ritrovare una dimensione, anche se ancora siamo lontani da una situazione sostenibile.

Quanto alla gestione del nostro tempo lavorativo, in TIM abbiamo diffuso delle “Golden Rules”: riunioni di al massimo 45 minuti in modo da garantire un minimo di tempo tra una riunione e un’altra e il fatto di non poter schedulare incontri tra le 13 e le 14 e dopo le 18.

Per ora non è cambiato molto, ma è stato condiviso a tutti i livelli che lavorare con questi ritmi forsennati non è più sostenibile.

Ho preso consapevolezza che devo ritagliarmi degli spazi, per pensare, per ritrovare silenzio, concentrazione, per ricaricarmi e poi dei momenti con le mie amiche, di scambio, di reciprocità.

  1. Per riprendere l’espressione usata da Silvia Zanella, ti senti più una smart worker o una super worker e perché?

Purtroppo una Super Worker anzi, una con più accezione negativa che positiva (Super per me è straordinario, eccezionale – Iper è troppo, esagerato)

Sembra quasi una dipendenza. 8, 9, 10, 12h di lavoro e non ti accorgi che è notte, che piove, che è tardi… Non va bene…

  1. Umanità e persona al centro: quanto credi siano importanti l’ascolto e l’empatia all’interno di un’azienda?

Sono Fondamentali, Essenziali direi!

Ma devo anche dire che siamo circondati da quella che io definisco “Bruttezza”, ovvero quel malsano orientamento al risultato, un rincorrere performance e obiettivi numerici senza pensare alle persone, modus operandi completamente decontestualizzato visto e considerato il momento. Continuare a lavorare come se nulla stesse accadendo, quando invece, il benessere delle persone è alla base di tutto.

  1. Perdita del senso di appartenenza ad un’organizzazione e perdita della capacità di innovazione, questi i due principali effetti negativi emersi da questo nuovo modo di lavorare. Secondo te come potremmo contrastare questo fenomeno?

Secondo me il senso di appartenenza non si perde facilmente, soprattutto in una grande azienda come la “mia” per chi ci lavora da decenni…

C’è la consapevolezza che siamo in una condizione di sicurezza, di tutela e di questo ne siamo grati. Poi c’è l’orgoglio per tutte le azioni che abbiamo fatto con grande responsabilità sociale (tablet e smartphone nelle terapie intensive e nelle carceri per assicurare il contatto con i parenti, potenziamento della rete, supporto alla didattica a distanza, etc)

Mi piacerebbe che facessimo però quel qualcosa in più per i “Clienti interni” per i colleghi. Un gesto di vicinanza, di attenzione, di cura: ad esempio una sorpresa a casa per Natale, piccoli gesti di grande impatto, come ad esempio annunciato da Luxottica, che farà recapitare la cena di Natale a tutti i suoi dipendenti.

Stesso discorso per capacità di innovazione: in pochi mesi per venire incontro alle esigenze di sicurezza abbiamo implementato le acquisizioni mobili da web con videoselfie (senza nessun contatto con corriere o negozio), un nuovo “Trova negozio”, servizio attraverso cui  è possibile prendere appuntamento, oltre ad altre iniziative per essere vicini ai Clienti

  1. Un’ultima domanda. New Ways of Working: il punto di vista da Human Digital Master del progetto: cosa non deve mancare nel futuro del lavoro in termini sia di competenze human che digital?

Nel futuro nel lavoro, lato Human, non deve mancare la relazione, il contatto, il rispetto della vita privata.

Dobbiamo recuperare i break alle macchinette del caffè, le condivisioni personali che ci univano per poter essere più efficaci anche nel lavoro.

Non devono mancare i momenti di concentrazione, il silenzio, le pause per ritrovare sé stessi e l’equilibrio: i momenti che ti ricaricano.

In attesa di tornare in sede dobbiamo vederci in video: le persone hanno bisogno di guardarsi negli occhi, della gestualità, in attesa degli abbracci…

Lato Digital, non dobbiamo perdere la possibilità di trasmettere eventi online, anche se si organizzeranno live, in modo da garantire la partecipazione a centinaia di persone ovunque esse siano (ad esempio le “Convention” ante pandemia erano riservate solo ad un numero limitato di persone invitate in presenza, con le e-Convention si sono superati i limiti migliorando l’engagement e la condivisione).

Dobbiamo mantenere le community lavorative che garantiscono sharing di contenuto e aggiornamenti (ad esempio gruppi in Yammer che per necessità in questi mesi sono stati creati)

Continuare ad utilizzare gli strumenti digitali che ci aiutano a tenere traccia delle attività, dei tempi di lavorazione e permettono una migliore organizzazione del lavoro, degli strumenti di collaborazione strutturati con lo storico delle attività fatte.

Poi tutto l’empowerment digitale a cui siamo stati costretti a ricorrere, perché aiuterà la digitalizzazione del nostro Paese che secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) ha ancora molta strada da fare…. Quindi, citando il Prof Marco Stancati, “la responsabilità e la sostenibilità dei gesti quotidiani di sette miliardi e mezzo di “me” decideranno del futuro. Perché gli altri siamo noi.

Grazie Carmen per questo racconto così umano e pieno di empatia e che allo stesso tempo è una testimonianza concreta di come il benessere delle persone all’interno di un’azienda sia una prerogativa di fondamentale per un’azienda, grande o piccola che sia.

Quanto al senso di appartenenza, le tue parole mi hanno fatto venire in mente una frase di Howard Schultz (ex CEO di Starbucks) con cui mi piacerebbe chiudere questa nostra chiacchierata:

If people believe they share values with company, they will stay loyal to the brand