“Risolvilo, risolvilo rapidamente. Stare fermi come quando si galleggia in acqua è la maniera più sbagliata di affrontare un problema”. Thomas J. Watson (fondatore IBM)
Dire le cose come stanno davvero, guardare in faccia la verità. Prendere una posizione in merito ad un certo argomento, giusta o sbagliata che sia, ma prenderla. Essere consapevoli che il viaggio che siamo chiamati a compiere sarà sempre accompagnato da fasi di transizione.
Ho di recente letto un libro dal titolo “Il coraggio di decidere – storie di saggezza decisionale” scritto da Annalisa Galardi, (Consigliere di Amministrazione della Fondazione Adriano Olivetti, Docente di Comunicazione d’Impresa all’Università Cattolica di Milano).
Man mano che proseguivo con la lettura, nella mia mente si è composto un puzzle del quale conservo alcuni concetti, che ho ritenuto necessario lasciare scritti su carta ad perpetuam rei memoriam, per ritrovare sempre quella lucidità, di cui qualche volta abbiamo tutti bisogno quando ci troviamo davanti a delle sfide che possono sembrarci inaffrontabili.
Lo scatto della molla: il presencing e la Teoria di Scharmer
“When we are no longer to change a situation, we are challenged to change ourselves” – Victor Frankl.
Il primo concetto su cui voglio soffermarmi è il tema del coraggio. Abbiamo sempre inteso il coraggio come quell’attitudine che ci spinge ad abbandonare la cosiddetta zona di confort per spingerci verso orizzonti inesplorati e nel cambiamento, che lascia il vecchio per il nuovo. Il periodo storico in cui stiamo vivendo ha spinto in maniera violenta il pedale dell’acceleratore in termini di trasformazione, sotto ogni punto di vista.
Per questa ragione oggi si tende a cercare una leadership coraggiosa, come sottolinea l’autrice, in cui ognuno possa dapprima esprimere il proprio coraggio e creare poi le migliori condizioni di contesto per esprimersi e crescere. Quand’è che però si diventa coraggiosi? Galardi lo spiega in maniera dettagliata facendo riferimento alla Teoria di Otto Scharmer, professore della Sloan School of Management del MIT.
Il centro della U, che Scharmer definisce presencing, rappresenta il momento chiave in cui il coraggio inizia a palesarsi. È il momento più intimo e profondo del cambiamento nel quale si riesce finalmente a lasciarsi il passato alle spalle per iniziare a costruire il futuro. La U è la risultante delle varie fasi durante le quali ciascuno di noi si adopera per affrontare in maniera attiva appunto il cambiamento con la mente, con il cuore e con la volontà.
Il coraggio come un modo di vivere
Chiarito l’aspetto teorico ora sorgono alcune domande: il coraggio è una virtù? È questione di carattere? Oppure si può in un certo senso allenare?
Il libro qui ci viene in aiuto e ci chiarisce ogni dubbio. Come sottolinea l’autrice, il coraggio può diventare una variabile culturale quando si afferma come una prerogativa alla lettura del contesto e al perseguire azioni sia nella quotidianità che in casi eccezionali. Nel contesto organizzativo odierno il modello del coraggio possiede queste cinque caratteristiche che riassumo brevemente qui sotto:
1. Il coraggio di dire: rende le persone libere di esprimersi (anche in contesti discordanti) e di domandare. In poche parole, di essere sé stesse e di prendere una posizione verso tematiche importanti per la collettività;
2. Il coraggio di dare: percepisce la generosità come motore di sviluppo. Qui non posso non citare, come illustra anche l’autrice, Adam Grant con i givers (chi dona senza aspettarsi nulla in cambio), takers (coloro che traggono vantaggio per sé stessi dalla relazione con l’altro) e matchers (le persone che donano solo quando sanno di poter ricevere qualcosa in cambio, insieme alla mia collega Giada Susca e il suo Be a giver not a taker;
3. Il coraggio di fare: traduce le parole in fatti. Trasforma le idee in esperimenti, progetti, testa assumendosi in maniera consapevole il rischio di poter fallire, in quanto quest’ultimo, è considerato parte dell’apprendimento;
4. Il coraggio di essere nella relazione: fa riferimento all’empatia come abilità di mettersi nei panni dell’altro e affidarsi all’altro;
5. Il coraggio di decidere: allude ad una presa di posizione in merito ad un certo argomento, giusta o sbagliata che sia;
Cambiamento ed empowerment
L’altro argomento che voglio prendere in esame è il cambiamento, tema affrontato nel libro con il contributo di Silvia Manduchi (Co-fondatrice dell’Adriano Olivetti Leadership Institute).
Tutti noi amiamo quella zona di confort che con tanta fatica ci siamo creati ma, il filosofo Eraclito ci ricorda che l’unica costante è il cambiamento e per cambiare spiega Manduchi, è necessaria una certa dose di coraggio. Ma allora dove lo troviamo questo coraggio? Qui entra in gioco il concetto di empowerment, inteso come la conquista della consapevolezza di sé nonché il controllo sulle proprie scelte. Per questo è importante approcciarsi al cambiamento senza stress ma soprattutto senza urgenza, poiché il cambiamento richiede tempo e a volte possiamo ancora non essere pronti.
Non sentirsi mai arrivati
Come ultimo punto, ciò che chiude il cerchio: il nostro mindset. Puntare sempre più in alto e porsi sfide sempre più complesse, come direbbero gli inglesi keep challenging yourself e nel proprio cammino, coinvolgere sempre più persone. È fondamentale continuare a spingere verso il senso della nostra missione, come scrive Pietro Cum (Amministratore Delegato ELIS) nel suo contributo. Pensare “in grande” e non accontentarsi.
Dopo questa breve sintesi del libro che consiglio di leggere in quanto di particolare importanza nel momento che viviamo, chiudo riprendendo anche il titolo e quindi ponendo a tutti una Call To Action, sotto forma di domanda auto-riflessiva:
“Quanto senti di avere il giusto coraggio di dire, di dare, di fare, di essere nella relazione e di decidere?”