Senza identità e a volto coperto dal mephisto, quel passamontagna da cui è possibile intravedere solo gli occhi. Sono gli uomini del GIS, il Gruppo d’Intervento Speciale, reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri, fondato il 6 febbraio del 1978, sul volere del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Tutti i futuri Operatori provengono dal 1° Reggimento Paracadutisti Tuscania di Livorno, con già comprovate doti fisiche e psichiche che con l’eventuale ingresso su base volontaria nel Reparto del GIS, si affineranno ulteriormente. Sono cinque i “soci fondatori” e uno di questi è il Comandante Alfa, che ancora oggi si fa portavoce della storia del reparto speciale, attraverso eventi e cinque libri da lui stesso pubblicati.

La scoperta del coraggio nel cuore di una rondine
Cuore di Rondine è il primo dei cinque libri scritti dal Comandante Alfa per raccontare le tappe che lo hanno portato ad essere l’uomo che molti conoscono con questo nome.
Dietro questo titolo, si cela una leggenda raccontata dal nonno allo stesso Comandante. “Da piccolo ero un ragazzino scapestrato. Mio nonno per farmi stare buono mi disse che se avessi ucciso una rondine e ne avessi mangiato il cuore, sarei diventato coraggiosissimo.” Il Comandante davanti a questa sfida non si tirò certo indietro e dopo mesi di tentativi, riuscii nel suo intento se non fosse che, quell’amaro pasto, non sortì in lui alcun effetto.
“Ero arrabbiato perché non successe nulla. Ma più tardi capii che l’attesa di quella rondine mi aveva insegnato la pazienza, la stessa che mi è servita a lungo durante i pedinamenti per catturare i latitanti, per esempio nell’Aspromonte. Il coraggio però non mi è mai mancato. Sono nativo di Castelvetrano e durante la mia infanzia, la mafia imperversava, io ho sofferto tantissimo. Quando per gioco con la mia comitiva (nel cui gruppo c’erano anche figli di mafiosi), mi gettai da un ponte di 20 metri sul fiume Belice, loro per aver perso la scommessa, bastonarono il mio cane per vendicarsi.
Da lì ho capito che questa gente andava combattuta e ho fatto una scelta.
Loro avevano tanti soldi, vivevano nel lusso. Ma io ho fatto la scelta giusta non quella più veloce: ho speso la mia vita a favore della legalità. Lo pseudonimo Comandante Alfa ha origine dal nome del Distaccamento Operativo che ho comandato nelle nostre missioni all’estero.
Lavorare in squadra e addestrarsi alla paura
“Nella virtù del singolo risiede la forza del Gruppo” è il motto del Reparto, valido ancora oggi a distanza di 45 anni dalla sua fondazione. “Noi del GIS non siamo degli esaltati, dei Rambo. Le missioni riescono grazie al lavoro di squadra e quando si spara il meno possibile.” – spiega il Comandante Alfa. In contesti delicati come la liberazione di ostaggi, la tutela di personalità politiche, la sincronia e l’intesa di un dispositivo di sicurezza diventano fondamentali.
“Poco prima dell’inizio di una missione” – continua Alfa – “quando siamo pronti in fila, diamo una stretta all’avambraccio del compagno che ci precede. Quel gesto indica che ci siamo per lui a costo di dare la vita, siamo pronti per sentire il via: Attenzione, conteggio! Da lì la missione prende il via. In una manciata di secondi il nostro intervento si concluderà.”
Trattandosi di un reparto speciale, si è portati a pensare che questi uomini siano dei super eroi e che paura sia una parola che non trova spazio nel loro dizionario.
“Se non avessimo paura, saremmo degli squilibrati. Noi abbiamo imparato a conviverci e a domarla grazie ai continui addestramenti che facciamo. Ogni giorno lavoriamo per affinare le nostre tecniche curando ogni dettaglio con attenzione maniacale. Alla fine malgrado i gesti diventino automatici, stiamo comunque sempre vigili perché sappiamo che la realtà può sempre presentare degli imprevisti con cui dover fare i conti.”
Il rapporto con la famiglia
La vita familiare per gli uomini senza nome e senza volto non è assolutamente quella a cui siamo abituati. Operando nella più assoluta segretezza e partecipando a missioni ad alto rischio, l’incolumità della famiglia è importantissima.
“Le nostre mogli sono davvero le colonne portanti della famiglia. Noi siamo operativi 365 giorni l’anno h24 con una mobilitazione intera del Reparto entro trenta minuti. Ti capita di dover partire da un momento all’altro, lasciando moglie e figli da soli e soprattutto senza avere la certezza di sapere dopo quanto tempo e se si facesse ritorno a casa. A mia moglie devo davvero tutto, ha cresciuto i miei figli completamente sola. Loro inizialmente mi consideravano un padre ingrato, poi hanno letto i miei libri e da lì hanno capito la delicatezza e la complessità del mio lavoro.
Oggi sono due anni che sono in pensione, ma negli eventi pubblici metto ancora il mephisto proprio per proteggere loro.
Vivere nell’ombra al servizio degli altri
Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia (la più alta onorificenza militare italiana), Croce d’Oro al Merito dell’Arma dei Carabinieri, Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, quaranta anni al servizio di un reparto speciale. Quello del Comandante Alfa è un curriculum invidiabile che ancora oggi lo porta ad essere il carabiniere più decorato d’Italia. Ha partecipato a moltissime missioni in territorio nazionale e internazionale.
“Quando mi chiedono le missioni che ricordo ancora oggi, non posso non citarne tre. La prima è quella che mi fa sempre commuovere quando la racconto” – spiega Alfa. “La liberazione di Patrizia Tacchella, una bambina di otto anni che per l’età che aveva mi ricordava i miei figli. Quella fu l’unica missione durante la quale mi tolsi il mephisto per paura di spaventarla. Quando le dissi che eravamo Carabinieri ed eravamo venuti per liberarla, mi rispose: vi aspettavo. L’ho rincontrata molti anni dopo e l’ho trovata mamma.
La seconda è il nostro battesimo di fuoco, la liberazione del super carcere di Trani il 29 dicembre del 1980, durante la quale la Nazione finalmente ci conobbe.
La terza mi fa sempre sorridere, l’assalto al Campanile di Venezia del ’97 da parte dei Serenissimi. Non avevano ben chiaro cosa stessero facendo e appena ci videro si arresero subito. Cercarono di spiegarci qualcosa ma in veneto non li capivo e allora da buon siciliano risposi con il mio dialetto. Fu una scena divertente.” – conclude Alfa.
Questo racconto è una storia di vita vissuta, fuori dall’ordinario. Uomini sempre reperibili, situazioni in cui da un momento all’altro tutto può cambiare e in cui a volte purtroppo, dato il rischio elevatissimo capita di lasciarci la pelle. A questi uomini, i “ragazzi” come mi piace chiamarli e che pochissimi conoscono, va tutta la mia stima e ammirazione per come ogni giorno affrontano la vita e per la tempra mentale che grazie al continuo addestramento, si sono costruiti.